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Vedere Diverso

Lo stile di un fotografo daltonico tra reportage ed editoriale

Sposi che ballano di notte illuminati dal flash — fotografia di Andrea Mortini
5 min di lettura

Ci sono fotografie che si scattano con gli occhi, e fotografie che si scattano con qualcos'altro. Le mie, da qualche anno a questa parte, appartengono alla seconda categoria. E la ragione è semplice quanto scomoda da ammettere: io i colori non li vedo come li vedete voi.

Sono quattordici anni che faccio questo mestiere. Dodici, dedicati quasi interamente al ritratto e ai matrimoni. In questo tempo ho attraversato due continenti, decine di città, altrettante culture, per raccontare la stessa identica cosa sotto mille forme diverse: due persone che si guardano e si promettono di restare insieme per sempre. Ogni volta un paesaggio nuovo, una lingua nuova, un modo diverso di vivere l'amore — e ogni volta, io, con la mia macchina fotografica e il mio piccolo, grande segreto.

Sposi abbracciati su una terrazza panoramica al tramonto — fotografia di Andrea Mortini

Due persone che si guardano — è sempre da qui che comincia tutto.

La fotografia come atto di fiducia

Prima di arrivare al daltonismo, però, devo dirvi cosa significa per me fotografare. Non cerco la bella foto. Cerco la foto vera. Quella connessione — la chiamo così, connessione, perché non ho trovato una parola migliore — che si crea tra me e chi sto guardando attraverso l'obiettivo. Sono un fotografo e una persona empatica, forse fin troppo: ho bisogno di sentire le persone prima di poterle raccontare. E quando la sento, quella scintilla, so che nella foto rimarrà per sempre esattamente ciò che io vedevo in quel momento. La verità di un istante, fissata sulla pellicola prima che il tempo se la porti via.

Ho iniziato come fotografo di reportage puro. Osservare senza interferire, cercare la verità nei gesti spontanei — è ancora oggi il cuore di tutto quello che faccio. Ma quattordici anni sono tanti, e in un mestiere artistico è naturale, quasi doveroso, cambiare "pelle", crescere. Le mode si evolvono, i gusti si evolvono, e chi non si adatta resta indietro. Io ho scelto di adattarmi, sì — ma alle mie regole, in puro stile Mortini. Il mio reportage ha iniziato a contaminarsi di sguardo editoriale, e con esso è tornata una voglia di sperimentare che pensavo di aver perso ormai da tempo.

Il caos necessario

Non è stato un passaggio semplice. Per anni la mia mente aveva costruito degli standard rigidissimi: composizione ferrea, immagini pulite, linee dritte, orizzonti sempre perfettamente in bolla, immagini puramente "orizzontali". Mi ricordo un fotografo con il quale ho collaborato anni fa che diceva sempre "Il verticale è male!". Ogni scatto doveva rispettare quelle regole non negoziabili, e uscirne significava, per me, sbagliare.

Sposa avvolta nel velo in un fotogramma mosso e onirico — fotografia di Andrea Mortini

Fotogrammi mossi, quasi confusi — imperfetti, e per questo più veri.

Poi ho osato. Gli orizzonti dritti hanno iniziato a inclinarsi. La luce ambiente ha lasciato spazio, sempre più spesso, a un flash o a un'illuminazione mista, più cruda, più viva. Le immagini perfettamente ferme hanno ceduto il passo a fotogrammi mossi, sfocati, quasi confusi — imperfetti, e per questo più veri. Il risultato è stato un racconto diverso: più fluido, più omogeneo, capace di lasciarti addosso la voglia di scoprire cosa viene dopo. Un dettaglio illuminato con il flash accostato a un ritratto elegante e distaccato. Ecco, quella è la magia che da tanto ricercavo.

Il difetto che ho scelto di ascoltare

E poi c'è lui, il tassello che ha fatto quadrare tutto: il mio daltonismo.

Per molto tempo mi sono sentito difettoso. Un passo indietro rispetto ai colleghi, sempre. Non riuscire a vedere e riconoscere i colori come gli altri significava lavorare il doppio, controllare due volte, dubitare sempre di quello che i miei occhi mi restituivano. Ho tenuto questo segreto custodito a lungo, come si fa con le cose di cui ci si vergogna un po'.

E se questo mio svantaggio diventasse, invece, un punto di svolta?

Ho smesso di rincorrere una perfezione cromatica che non mi apparteneva. E l'ho trovata altrove — nella composizione, nella narrazione, in quello che un'immagine racconta prima ancora dei suoi colori. I miei presunti difetti sono diventati la mia firma: i colori più carichi e saturi negli incarnati, un cielo che vira leggermente lontano dall'azzurro convenzionale, i verdi meno profondi, striati spesso di rosso e di marrone. Sfumature "sbagliate" che tutti vedono, ma semplicemente perché nessun altro gli ha insegnato a vederle come le vedo io.

Sposi che corrono sul prato nella luce dorata del tramonto — fotografia di Andrea Mortini

I colori più carichi, la luce che vira — la mia firma cromatica.

Sposa a bordo di un'auto d'epoca, ritratto editoriale — fotografia di Andrea Mortini

Un ritratto elegante e distaccato — lo sguardo editoriale.

Una firma, non un limite

Ho smesso di inseguire l'idea di normalità che il mondo si aspettava da me, e ho iniziato a costruire qualcosa che mi somigliasse davvero. Oggi le persone riconoscono una mia fotografia prima ancora di leggere il mio nome sotto — ed è, credo, il traguardo più importante che un fotografo possa raggiungere. Non è la tecnica perfetta né l'assenza di errori. Ma un modo di vedere così personale da diventare inconfondibile.

Il daltonismo non mi ha tolto nulla. Mi ha regalato una chiave di lettura del mondo che nessun manuale di fotografia avrebbe mai potuto insegnarmi. E se oggi le mie immagini vi sembrano diverse, più cariche, un po' fuori dagli schemi — ora sapete perché.

Non guardo il mondo come lo guardate voi. Ed è proprio per questo che, forse, riesco a raccontare storie che nessuno mai, o quasi, ha mai raccontato prima.

Se il mio sguardo vi somiglia, sfogliate le mie storie — o scrivetemi per raccontarmi la vostra.

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